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Very often we are not aware that system and software updates are being constantly implemented. Consequently, documents and images stored with not updated technologies will be increasingly damaged and inaccessible at a certain point. In the centuries to come, historians will look back at our age and could find themselves in front of a “digital desert.”

On a first stage, a painting on a canvas is drawn and day after day, it's covered by acrylic layers until it reaches monochrome surfaces and elements of disorder that hide part of the work by losing its identity and narrative potential.


Ogni giorno salviamo i nostri documenti in formato digitale. Molto spesso non si è consapevoli del fatto che aggiornando continuamente i sistemi operativi e i software, i documenti e le immagini salvate con le vecchie tecnologie diventeranno sempre più danneggiati e a quel punto inaccessibili.

Giorno dopo giorno il dipinto viene coperto da strati di acrilico fino a raggiungere delle superfici monocromatiche e elementi di disturbo che nascondono parte dell’opera facendole perdere identità e potenziale narrativo.

2016 / 2018

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Andrea Martinucci’s work develops as a transversal journey, an expanded approach integrating diverse media and languages such as painting, video, photography and the digital. Combining his background as multimedia designer with his affective and formative relation to painting, he currently explores the intersection between digital imagery and the aesthetical and normative apparatus defining the history of painting.

Driven by a desire to test the possibilities of painting in the contemporary context, his work questions the relevance of such heavily connoted medium in relation to those practices and circuits that are re-defining our visual culture.
As such Martinucci negotiates the ability of painting to reflect the current mode of image consumption and distribution. Not only he questions the role of the canvas as a space of representation of contemporary experience, most importantly he aims at integrating the temporality and praxis of the digital realm in the painting process.
His practice looks at the language of social networks and their affiliated subcultures, shifting the conventions of painting towards such aesthetical paradigm.


In order to achieve a stereotypical depiction of his subjects, he strives to isolate the work from his subjective view of a given image. Abstracting from his own gaze, in his recent pieces Martinucci deviates from a personal perspective to embrace a sort of projection or cliché of representation.



Text by Bianca Baroni















Il lavoro di Andrea Martinucci si articola come percorso trasversale, una ricerca capillare che integra media e linguaggi diversi quali pittura, video, fotografia ed elementi digitali. Coniugando il proprio background in multimedia design e il forte legame personale e formativo con il mezzo pittorico, la sua ricerca più recente esplora la compenetrazione tra l’immaginario digitale e l’apparato estetico e normativo che definisce la pittura.

Tale corpo di lavori emerge dal desiderio di testare le possibilità del fare pittorico nel contesto contemporaneo, mettendone in questione la rilevanza e il ruolo rispetto alle serie di circuiti e pratiche che costituiscono la cultura visuale odierna. Martinucci esplora la possibilità di ricalcare le attuali modalità di disseminazione e fruizione di immagini attraverso la pittura. Non solo interroga il ruolo della tela come spazio di rappresentazione dell’esperienza contemporanea, ma soprattutto intende integrare la temporalità e le prassi del digitale al mezzo pittorico. Un lavoro che guarda al paradigma estetico dei social network e delle culture pop ad essi affiliate, e che forza le convenzioni storiche e fisiche della pittura in direzione di tale paradigma.


Tendendo il proprio iter creativo verso una rappresentazione stereotipica dei propri soggetti, Martinucci tenta di distanziarsi il quanto più possibile dalla visione soggettiva di una determinata immagine. Astraendosi dal suo stesso sguardo, Martinucci devia da una prospettiva personale e abbraccia una sorta di proiezione o cliché di rappresentazione.


Testo di Bianca Baroni
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